Parole d'autore

Gli ultimi anni (a Giuseppe Giacosa) di Edmondo De Amicis

Poesia "Gli ultimi anni (a Giuseppe Giacosa)" di Edmondo De Amicis

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I.
Beppe, ricordi il mio sogno dorato,
Quando sudavi ancor sulle Pandette,
Di raccoglierci, vecchi, in due villette
Sulla riva del mar dove son nato?

Io te Io dissi un giorno e tu, beato,
Con quel riso che assente e che promette,
— Verrò — dicesti e le mie mani hai strette,
E — giuralo — ti dissi, e l'hai giurato.

Poi diventasti babbo e cavaliere
E il sogno forse del tuo fido amico
Scordasti già da molte primavere.

Ma ti verrò una notte a rammentare,
Silva implacato, il giuramento antico,
E a tuo dispetto morirai sul mare.

II.
Già veggo sulla mia spiaggia diletta
Spuntare un vecchio dall'aspetto blando,
Ed un altro vecchietto venerando
Sbucar, tossendo, da la sua casetta;

Tremoli e curvi, per la via soletta
Salgono a lento passo, e a quando a quando
Li vedo di lontan, gesticolando.
Alzar la tabacchiera e la gazzetta.

Intanto dietro al mar caldo si cela
Il sol, dorando un borgo sull'altura,
E nel golfo gentil passa una vela;

Poi fra le piante de la via romita
Si nascondono i vecchi, e il ciel s'oscura…
Così sogno la fin della mia vita.

III.
Tu avrai dintorno allora e forse anch'io
Un branco di ragazzi impertinenti,
Di signorine bionde e di studenti
Che ci faranno in casa il diavolìo;

Ma forte io del tuo senno e tu del mio,
Vigileremo sui due sessi, attenti
A soffocar le simpatie nascenti
Attenti, Beppe, per amor di Dio!

E colto appena a volo il suon d'un: t'amo,
Rimanderemo i due precoci amanti
L'uno al suo greco e l'altra al suo ricamo;

E faremo tremar gli sciagurati
Con solenni parole altisonanti…
Ridendo sotto i baffi intabaccati.

IV.
E quando in cassa ci saran quattrini
Si farà festa al nostro focolare;
Imbandiremo un lauto desinare
E inviteremo i sindaci vicini;

E allegramente coleranno i vini
A ravvivarci le memorie care
E lasceremo entrar l'aria del mare
Ad agitare i riccioli ai bambini;

E fino a notte, dai terrazzi aperti
Si spanderà per gli orti un suon di canti,
E i sindaci usciranno a passi incerti;

E resteremo noi, dopo il convito,
Col mento in mano e gli occhi luccicanti
A sorseggiarne in pace un altro dito.

V.
E passeggiando pel gentil paese
Dove l'ulivo pio cullano i venti,
Penseremo ai fuggiti anni ridenti
E all'arte e al mondo che ci fu cortese;

Io dell'armi all'amor che un dì m'accese
E ai vaghi aspetti di lontane genti,
Tu al plauso antico dei teatri ardenti
E alla verde beltà del Canavese;

E agli amici dispersi, alle sonore
Cene, ai voli dell'estro adolescente,
Ed alle prime simpatie del core;

E poi, dato un sospiro a quei begli anni,
Torneremo a parlar placidamente
Di cedole, di tasse e di malanni.

VI.
Ma in un giorno di vento e d'umor nero,
Tra uno schianto di tosse e uno starnuto,
Liticheremo, e tu sarai cocciuto
E impertinente, ed io rozzo ed altero;

E dopo un urto impetüoso e fiero
Ci pianteremo là senza saluto,
E ognun ripiglierà torbido e muto
A passo tentennante il suo sentiero.

Ma pervenuti appena ai nostri tetti.
Ci volteremo tutti e due, con viva
Tenerezza agitando i fazzoletti;

E fidando al guancial la fronte stanca
Ci sentiremo entrambi una furtiva
Stilla di pianto ne la barba bianca.

VII.
Ma ho un anno più di te, Beppe, e son io
Che dirò addio pel primo alla marina;
E tu, dopo tanti anni, una mattina
Non sentirai più al fianco il braccio mio;

E già veggo il corteo tacito e pio
Lentamente calar da la collina,
E tu seguirlo con la fronte china,
— Addio — dicendo — vecchio amico, addio!

Quindi fra i ceri, in mezzo alla commossa
Folla, tu leggi soffocando il pianto
Qualche verso gentil su la mia fossa;

E poi torni a la villa afflitta e queta,
Ed apri al core de' miei figli infranto
Il tuo bel cor di padre e di poeta.

VIII.
Ma non parlar di me con troppo amore
Nei versi che farai pel funerale,
Se no salterà su qualche giornale
A dir che sei venduto all'Editore;

Potrai dir ch'ero un asino di core,
Un vecchio bimbo, un matto originale.
Che non ebbe nell'anima leale
L'ombra d'un odio mai nè d'un rancore;

E dirai che son morto impenitente,
Fido al vecchio Manzoni incretinito
Che incretinì l'Italia anticamente;

Ma che fra le due scole guerreggianti
Che rompono oramai quel che hai capito
Davo un sacco di torti a tutti quanti.